Sono davvero competente?

Sono davvero competente?

È capitato a tutti almeno una volta di chiederselo: quali sono le mie competenze? e poi competente lo sono davvero?

E il pensiero va a quella nozione che hai letto e memorizzato; o a quell’episodio in cui te la sei cavata facilmente, quasi che quella cosa la sapessi da sempre. Oppure ti viene in mente quell’esperienza particolare che hai vissuto o ancora quella cosa che hai imparato a fare.

Ebbene, hai messo insieme tanti concetti diversi, per descrivere quella che per te è la competenza: il saper fare bene qualcosa.


Quando l’amore e la competenza lavorano insieme, ci si aspetta un capolavoro.

John Ruskin

 

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Ma cosa sono le competenze?

Il tema in realtà è ampio e nel tempo si è prestato a diverse interpretazioni e definizioni. Proviamo a metterle in fila.

Vocabolario alla mano, si definisce competente chi ha dimestichezza con un dato ambito e può dare su di esso pareri autorevoli.

Però attenzione! Per essere competenti non è sufficiente conoscere a menadito la “teoria” di quella materia, ma è necessario sapervi anche “agire”, adattandosi al cambiamento. Sapere la nozione, infatti, non ti garantisce che riuscirai a orientarti nella situazione non canonica e non ordinaria di quel campo.

Insomma: non solo “quanto ne sai”, ma “cosa sai fare con ciò che sai”.
Le competenze non sono un accumulo di nozioni, ma un insieme di strumenti che potrai trasferire nel mondo reale, dove potrai constatarne l’utile applicabilità – parafrasando il noto pedagogista statunitense Grant Wiggins, padre della teoria sulla valutazione (= misurazione) delle competenze autentiche degli studenti in fase di apprendimento scolastico (1993).

Per approfondire Wiggins:


Bene. E allora “cosa sai fare con ciò che sai”?

Scomponiamo i diversi passaggi.
Non possiamo darci una risposta se non percepiamo differenze e connessioni tra il concetto di competenze, e quelli di conoscenze e abilità.

Non sono sinonimi ma parti di un tutto che porta alla crescita personale.

A tal proposito ci viene in aiuto il Quadro Europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (EQF). Si tratta di uno schema di sintesi elaborato dal Consiglio Europeo (e comune a tutti gli stati dell’Unione) che permette di classificare e confrontare le professionalità. E si fonda sulla definizione di conoscenza come il tassello alla base degli apprendimenti. Laddove vi è lo studio di nozioni/informazioni/fatti/teorie/principi/pratiche relativi a un dato ambito professionale o scolastico, si realizza la conoscenza nel momento in cui tali nozioni (teoriche e/o pratiche) vengono assimilate.

Conoscenza è: QUELLO CHE SO.

Gettate le fondamenta della conoscenza, si costruire l’edificio delle abilità. Abile è chi sa trovare un’applicazione alle conoscenze assimilate. Come si suol dire abile è chi “sa usare il know-how” per portare a termine compiti assegnati e risolvere i problemi che gli si presentano. Le abilità possono essere di tipo cogni­tivo (creatività, pensiero logico, intuito …) o pratico (una certa manualità in…).

Abilità è: QUELLO CHE SO FARE.

Le competenze, infine, nascono da un’ulteriore evoluzione. Quando sei talmente impratichito nell’applicare quella conoscenza e quell’abilità, riuscirai a muoverti all’interno di un ruolo o una situazione – anche problematica – con autonomia, sicurezza, iniziativa, qualità del tuo operato e responsabilità. Ciò diventa possibile poiché alle conoscenze assimilate attraverso lo studio – e alle abilità allenate attraverso l’esperienza – saprai aggiungere anche quelle tue risorse personali. Queste ultime ti aiuteranno a rispondere anche a situazioni non standardizzate.

Le competenze, quindi, scaturiscono dall’integrazione di nozioni e abilità. Ma il risultato è più di una semplice somma.
E cosa dà quel qualcosa in più? Cosa s’intende per “risorse personali”?

Ebbene, sono le tue capacità.

Oddio, un’altra definizione?? Eh sì! Ma guarda, questa la facciamo semplice semplice: le capacità sono la dimensione più personale delle abilità.

Sono quelle caratteristiche individuali che ti porti in dote come tratti distintivi di te. Sono legate in parte al tuo carattere. In buona parte saranno alimentate dall’interazione tra fattori genetici e gli stimoli socio-culturali cui sarai sottoposto durante la tua vita. E sarà nel corso delle tue esperienze che, in effetti, le scoverai e le allenerai dentro di te, costruendo insieme alle competenze anche la tua personalità.


Le capacità che fanno la differenza

Nella costruzione delle tue competenze, a fare la differenza sono:

  • Le tue capacità sociali e relazionali: come gestisci le tue relazioni professionali e come ne trai beneficio per la tua crescita?
  • Le tue capacità strategiche e metodologiche: sai analizzare uno scenario? E da lì hai trovato un tuo modo efficace di pianificare, organizzare, studiare, acquisire informazioni utili ad affrontare un evento, … ?
  • le capacità trasversali in genere: focalizzazione, dedizione, positività, capacità di mediare, di risolvere problemi, di resistere allo stress, di reagire all’imprevisto, flessibilità, … a che livello sai farne uso?
  • il grado di consapevolezza che hai acquisito, rispetto a quel ruolo/lavoro e al fatto che sei in grado di affrontarlo: sei convinto di potercela fare?
  • la motivazione: hai ben chiaro il tuo “perché”, quell’energia che ti spinge a fare, a desiderare di centrare il tuo obiettivo?

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La mappa delle competenze

E tutto questo come si relaziona con il moderno e quanto mai “nervoso” mercato del lavoro?

Beh, per restare al passo dovrai definire la tua road map delle competenze: riconoscere i pezzi del TUO puzzle (le TUE conoscenze, le TUE capacità, le TUE abilità, le TUE esperienze, le TUE competenze, TUA motivazione) e il loro ruolo in un percorso a tappe, e delineare così la TUA escalation.

Partirai dallo studio per formare una TUA solida conoscenza.

Da lì punterai a riconoscere le TUE capacità e i TUOI tratti distintivi, e lavorerai al loro potenziamento, allenando le abilità e raccogliendo esperienze.

Riuscirai a raggiungere la vetta quando finalmente, un tassello dopo l’altro, sarai riuscito a far emergere CHI SEI.

E ricorda!

CHI SEI = QUELLO CHE SAI + QUELLO CHE SAI FARE + COME LO SAI FARE (CON IL TUO TRATTO DISTINTIVO) + CONSAPEVOLEZZA + STRATEGIA + Capacità DI ADATTARSI AI CAMBIAMENTI


Ma è ragionevole pensare che ciascuno di noi possa percorre diverse strade per “apprendere”?

Assolutamente sì. Ed è ancora il Consiglio Europeo che specifica che accanto ai percorsi di apprendimento formale (quelli più classici, ad esempio quelli scolastici) devono essere valorizzati anche i percorsi cosiddetti:

🔰 non formali
  • esempi ne sono i corsi di formazione non qualificanti, o eventi di approfondimento a tema (convegni, seminari, …), oppure i tirocini.
    Seppur anche questi eventi siano il frutto di una progettualità e di un’organizzazione, e se è altrettanto evidente che la persona che vi prende parte lo fa perché vuole portarsi a casa informazioni e nozioni che ritiene utili (sentir parlare di quell’argomento, approfondire quel dato punto di vista, scoprire gli ultimi studi in materia di…, fare quell’esperienza pratica, …), tuttavia normalmente questi momenti di scambio non si concludono con una “certificazione” della conoscenza appresa.

Un suggerimento?

Colleziona sempre gli eventi di aggiornamento che possono essere utili alla tua professionalità (che potrai anche citare in un colloquio di lavoro: “… come ho avuto modo di approfondire nel recente convegno “XYZ” …”). E non dimenticarti di inserire nel tuo curriculum anche corsi che, anche se non abilitanti, hanno comunque richiesto un tuo impegno.
🔰 e informali
  • si tratta delle esperienze quotidiane, le quali certamente rilasciano una conoscenza nel mentre che esegui delle azioni o affronti dei problemi. Probabilmente nella tua logica stai semplicemente svolgendo il tuo compito. Oppure facendo la cosa più ovvia e spontanea per superare quell’imprevisto. O ancora hai ragionato che quella è la miglior soluzione per te in quel momento. Dunque non hai l’intenzione di “apprendere”. Eppure inconsapevolmente stai producendo un sapere, o meglio un saper fare. Perché in funzione del risultato che raccoglierai con le tue scelte, immagazzinerai comportamenti agiti per il futuro.

Oggi sono considerati momenti di apprendimento informale anche quelli relativi a sfere non lavorative, come quella privata, della famiglia, dello svago o le esperienze sportive e associative. Questi eventi in effetti sono una fucina di competenze, soprattutto quelle trasversali: saper organizzare, saper reagire alle difficoltà, saper inseguire un risultato, saper collaborare, … sono tutte capacità e – con l’allenamento! – abilità che oggi tiri fuori un po’ per gioco, ma domani potrai riproporle anche sul lavoro.

Un suggerimento?

In un colloquio non dimenticare di citare quegli eventi di vita che ti hanno segnato e insegnato qualcosa: e se quell’insegnamento di vita ti aiutasse a far bene proprio quel lavoro lì?


La validazione delle competenze in Italia

A partire dal D. lgs del 16 gennaio 2013 n.13, anche in Italia è riconosciuta la centralità dell’individuo e del suo apprendimento come diritto, durante tutta la sua vita (introducendo il concetto di “apprendimento permanente”) e in qualsiasi modo tale conoscenza gli sia pervenuta.
Il decreto vuole assicurare “le pari opportunità di identificazione e valorizzazione delle competenze comunque acquisite, in accordo con le attitudini e le scelte individuali della persona, prospettiva personale, civica e sociale di occupazione” (Art. 1).

E in pratica

A cascata anche le Regioni, competenti del progresso formativo della persona, stanno strutturando dei servizi di certificazione e validazione degli apprendimenti “comunque acquisiti”. In questa logica si muovono le più recenti disposizioni regionali in materia di tirocini formativi, sempre più tutelanti verso il tirocinante “che sta imparando”, e sempre più considerati strumenti di politica attiva nella riqualificazione (= modificazione) delle competenze.

In questa direzione vanno anche gli enti di formazione riconosciuti, che sempre più strutturano la loro offerta formativa sulle materie previste dall’EQF. E anche i soggetti sia pubblici che privati che si occupano di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro (ma che fanno sempre più anche un orientamento alla ricerca), pongono la loro attenzione a quello che il curriculum non dice, ma cela tra le righe.

E infine in questa direzione va anche la costruzione di un l’Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni, che è il risultato di una importante collaborazione tra diversi soggetti istituzionali, e “ha visto il coinvolgimento e la partecipazione delle parti datoriali e sindacali, delle rappresentanze bilaterali, delle associazioni professionali, degli esperti settoriali e degli stakeholder del sistema lavoro-learning”.


Perché validare le competenze è utile?

Per ✅ far emergere quelle competenze che in genere abbiamo ma sottostimiamo, rintracciandole nella nostra storia personale e professionale; per ✅ stabilire una corrispondenza con i livelli di conoscenza previsti per una professione (secondo le codifiche di uno schema di sintesi, a questo serve l’EQF), così da valorizzare quello che si è imparato sul campo; e infine per ✅ attribuire dei crediti formativi, che potremo spendere nel mercato del lavoro in un percorso di crescita e di mglioramento.

E questo è quello che si vede. Ma c’è anche un beneficio invisibile, in tutto questo.

✅ Avvalorare l’importanza delle competenze trasversali (molte delle quali le tiriamo fuori o addirittura le scopriamo in situazioni diverse da quelle di apprendimento più classico) e ✅ restituire dignità formativa ai percorsi di apprendimento non scolastici.

Ferma restando la centralità dello studio come investimento per il futuro…

… con la validazione delle competenze non formali-informali, anche la vita professionale di chi “non ha quel pezzo di carta” ha un valore. E le esperienze personali di chi non ha ancora mai lavorato (il neo-diplomato, il neo-laureato) hanno un valore.

E poi scopri che hai un sapere e una competenza che ignoravi fosse tale, semplicemente perché pensavi che non fosse importante dato che “non l’hai studiata” ma “ti è venuto di fare così”.
Il “ti è venuto di fare così” ovviamente non esiste. Hai certamente applicato ciò che conoscevi, lo hai adattato alla nuova situazione, forse hai anche tratto suggerimenti da altri comportamenti o altre persone, hai ragionato sul problema. E così hai azionato una tua abilità e sviluppato una capacità di adattarti alla situazione, che hai incamerato proprio nel momento in cui ti misuravi con la realtà. Anche e soprattutto valutando in base al risultato se potevi agire meglio.

E tutto diventa una tua risorsa per il futuro. E – perché no? – per proporti nel mondo del lavoro. Con la convinzione che puoi farcela.

Ne guadagnerai in autostima e motivazione
Sapere, saper fare, saper essere è ciò che ti descrive in completezza e oltre ad essere motivo di dignità, se efficacemente veicolato, faciliterà la tua ricerca di lavoro e l’integrazione in nuovi contesti professionali.

Guardati indietro adesso. In cosa sei competente?


Un ulteriore spunto di riflessione: 7 abilità che sono difficili da imparare ma che pagano per sempre? Guarda il video e leggi l’approfondimento di Forbes.

Travis Bradberry, contributor in Forbes.com, 1 Novembre 2016

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Sono davvero competente?
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Sono davvero #competente? Anzi, passo indietro: so come costruire le mie #competenze partendo dalle mie #conoscenze? E come faccio a riconoscere le mie #abilità e a #valorizzarle nella ricerca attiva di un #nuovo #impiego? E poi, se io di studiare non ho avuto l'opportunità? Come faccio a farmi #accettare dal mondo del lavoro? Ecco come costruire una mappa delle #competenze e come valorizzarle anche partendo da situazioni di apprendimento non convenzionali
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